Un nervianese alla Londra Edimburgo Londra

Il racconto è stato pubblicato sul sito dell’Ari il 10 ottobre 2013

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La prima pedalata è una liberazione; finalmente si parte, destinazione Edinburgh.  Alle 9.00 di domenica 28 luglio parte il mio scaglione dalla Devenant School di Loughton, un paesino vicino a Londra raggiunto anche dalla metropolitana della capitale. Per fortuna si parte, iniziavo ad essere stanco del periodo di avvicinamento, cominciato mesi prima: l’iscrizione, l’analisi del percorso, il terrorismo sul meteo, i racconti dei veterani, il viaggio in aereo, treno e metropolitana con la bici, l’attrezzatura, la logistica, gli auguri degli amici, il pacco gara. Mille dettagli che alimentano un’aspettativa sempre più palpabile, ma che viene spazzata via da quella prima pedalata.

Centinaia di ciclisti sono già in viaggio; le partenze sono iniziate alle 5.30 in un clima molto più rilassato rispetto alla Paris-Brest-Paris di due anni fa. Gli inglesi, si sa, sanno essere più sobri dei chiassosi francesi, ma in questo caso si sono dimostrati anche particolarmente disponibili, organizzati e gentili rispetto al resto del mondo.

Parto con una cinquantina di ciclisti, quasi tutti stranieri, ma con me due italiani di lusso: Enzo Ferrarese, campione italiano randonneur in carica e Costantino Alfano, vincitore di quest’anno. Abbiamo pedalato insieme per almeno 500km e quando ognuno ha intrapreso la propria strategia di ritmo e pause abbiamo continuato a tenerci d’occhio, incontrandoci nei vari punti di controllo, scavalcandoci a vicenda, nella piacevole consapevolezza che un po’ più avanti o un po’ più indietro c’era qualcuno con un viso conosciuto.

Al primo step di St.Ives incontro Renzo Masiero, che si unisce al gruppetto. Si procede spediti, il tempo è buono, c’è il sole; col passare delle ore si alza un provvidenziale vento a favore che ci spinge sempre più a nord, nel cuore della Gran Bretagna; si alternano le colline inglesi, con i muretti di sassi e le case di mattoni. C’è aria fresca, un buon sapore nell’aria, cavalli che pascolano e distese di campi perfettamente ordinate. In un ambiente così, non si pensa alla pressione atmosferica: è più divertente credere che qualche randonneur ha fatto un favore a una fata e questa ha deciso di regalarci un po’ di vento amico..

Le gambe girano bene, le pulsazioni sono basse e cerco di mangiare regolarmente. Arriva la pianura, si costeggiano fiumi e canali e improvvisiamo anche un ventaglio; il traffico è sempre molto limitato e non da fastidio. Dobbiamo solo fare i conti con la pittoresca idea inglese di guidare a sinistra. Dopo un po’ ci fai l’abitudine, ma quando arrivi a un incrocio ti senti disorientato; ti accorgi di quanto il tuo modo di viaggiare sia fatto di automatismi: guardi meccanicamente da una parte e invece le auto arrivano dall’altra !! E quando ho cercato di brontolare col mio inglese incerto, un massiccio randonneur “locale” tutto sudato mi ha fatto notare che il primo codice della strada l’hanno inventato loro. (wikipedia conferma).

Il mio obiettivo di giornata è Thirsk (400km dalla partenza). Dopo Market Rasen, tuttavia, si comincia a vedere qualche salita e i tempi si dilatano. Si va più lenti, il vento ora è laterale, le nuvole si fanno minacciose. Arriviamo al ponte sul fiume Humber. Lo scenario è completamente diverso ora. L’Humber è un enorme estuario in cui convogliano due fiumi e viene attraversato da un ponte in stile Brooklin; noi viaggiamo sull’immancabile ciclabile a lato del ponte. Non vedo l’ora di arrivare dall’altra parte, perché pedalare su una colata di cemento a un metro da un abisso su un fiume nero, non è esattamente quello che intendo per “mobilità dolce”.

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La tappa che porta da Pocklington a Thirsk è eccezionale. E’ dura e affascinante e, solo lei, vale una randonnee. Si entra prepotentemente in una zona collinare molto aspra in cui le strade tortuose e strette incontrano pendenze a due cifre. E’ rimasto impresso a tutti un passaggio in una specie di fossa: una discesa improvvisa e ripidissima ti porta in un fondovalle accidentato e coperto da fango; subito dopo si risale faticosamente su uno strappo al 18%. Io l’ho fatto in tarda serata, al buio e mi sono ritrovato aggrappato al manubrio, impiantato, pensando al Fermo Rigamonti che con espressione rassicurante mi diceva: “tranquillo, ci sono due o tre strappi pedalabili…” In un altro punto ci si immetteva in una stradina talmente rurale che l’asfalto era coperto dalla terra. Ho bucato tre volte e ho imprecato molte di più. Il favore dei folletti mi aveva abbandonato. In compenso l’amico Renzo e un nuovo compagno di viaggio, Marco di Roma, mi hanno dato una mano a sistemare la ruota al buio e sotto la pioggerella che a tratti cominciava a farsi sentire.

Raggiungere Thirsk non è stato facile, ma in quella stazione mi attendeva una bella doccia e il mio bag drop con indumenti puliti. Tutti i punti di controllo erano organizzati nello stesso modo, segno che c’era una forte regia centralizzata. Quasi tutti i controlli erano locati in scuole e offrivano ampi “parcheggi” per le biciclette, che si potevano appoggiare a griglie formate da transenne; il deposito bici era sempre presidiato da qualcuno. Oltre al tavolo per i timbri sulla carta di viaggio, molte stazioni erano attrezzate anche per l’assistenza tecnica. La mensa della scuola era a disposizione per mangiare comodamente e la palestra era adibita a dormitorio; quest’ultima era organizzata con materassini gonfiabili disciplinati da un sistema di booking: chi gestiva l’assegnazione del materassino ti chiedeva anche a che ora desideravi essere svegliato.

Ho dormito due ore e sono ripartito alle prime luci dell’alba. La pianura era un ricordo, specialmente passata Brampton, la città dove si scavallava il Vallo Adriano, purtroppo invisibile dalla strada. Per doppiare Brampton, però, si doveva affrontare prima lo Yad Moss, una salita di una dozzina di chilometri che ci portava a 605mt di altitudine. Per noi italiani, innamorati, gelosi e orgogliosi delle nostre Alpi, una cima Coppi di seicento metri è roba da ridere, ma vi garantisco che nel sud della Scozia anche una montagna del genere ha il suo perché. Fin dalle prime rampe lo scenario è da alta montagna, probabilmente a causa della latitudine; la salita non è dura, ma si inerpica in un paesaggio molto ampio di rocce, pascoli, mucche e capre. Rispetto alle colline inglesi, le montagne scozzesi appaiono molto più selvagge e molto meno ordinate. In salita vado bene, resto solo, il gruppetto con cui ero si è sfaldato. D’ora in poi procedo da solo; il percorso ormai è troppo impegnativo e preferisco gestirmi in autonomia. Per stare con altri o trovi qualcuno che va esattamente come te o ti adatti ad andare con qualcuno che va più piano.

Dopo la pasta al ragù peggiore della mia vita sto male per ore, arranco in qualche modo e raggiungo Moffat. Vengo sorpreso da qualche temporale, ma nulla di che; qualche lavata era nella lista delle cose da fare. Curiosamente percorro tanti chilometri con l’asfalto bagnato sotto i piedi e un sole timido sopra la testa. Forse qualche fata mi vuole bene.

Incontro due italiani, uno giovane alla sua prima ultra distanza, l’altro più scafato che gli fa da mentore (chiedo scusa, non ricordo i loro nomi); raggiungiamo Edinburgo insieme; sono le 9 di sera e la giornata è stata parecchio impegnativa. C’è tempo ed energia per andare avanti prima di riposare un po’, anche considerando che la tappa successiva è lunga solo 40km. Riparto anche se piove. Cala la notte e io mi ritrovo su una stradina di montagna della Scozia, sotto l’acqua, con la convinzione (chissà perché) di essere sulla strada sbagliata, nonostante il mio Garmin Dakota 20 fosse ottimista. La tappa di Traquair si è rivelata una delle più dure altimetricamente: 40km tosti e completamente isolati dal mondo civile. Non incontro un ciclista, un passante, un auto per ore… con il dubbio che se la strada fosse veramente sbagliata, io mi ritroverei al buio, al freddo, bagnato e perso; per fortuna alla fine della traccia Traquair c’è e c’è pure il punto di controllo!! Anzi, uno scozzese gentilissimo mi offre del porridge, un tè bollente, una fetta di torta e persino un bicchiere di whisky.  E c’è pure un bel materassino con due coperte per dormire. Sono talmente contento che inoltro la richiesta per la cittadinanza a Traquair (si può dire traquair-ese?).

Dopo 3 ore di sonno, riprendo la bici alla volta di Eskdalemuir; fa un freddo cane alle 5 del mattino da quelle parti, io sono tutto umidiccio e l’effetto del whisky è finito da un pezzo. L’aria non si scalda e la strada non spiana. Mi consola il fatto che ormai sto puntando a sud e che il giro di boa è passato; rifaccio lo Yad Moss, che dal versante nord esordisce con un muro da Giro delle Fiandre: 500 metri durissimi su pavè in mezzo ad un paese dalle case con vetrate ricurve.  Ma io mi sento Gilbert e sgambetto che è un piacere!!!

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Ormai sono tantissime ore che pedalo da solo, praticamente dal pomeriggio del giorno prima. Una delle cose più affascinanti delle ultra maratone è che percorri centinaia di chilometri senza vedere nessuno; e così ti viene un pensiero: ma gli altri dove sono? Davanti o dietro? Durante le due notti, le posizioni si sono ribaltate e confuse e chi ha resistito al sonno oggi viaggia più avanti.. mi interessa poco la classifica, ma mi piacerebbe sapere se sto andando bene o no.  So di essere partito tardi ed è ragionevole supporre di essere nelle retrovie. Arrivo a Barnard Castle e mi viene un colpo: vedo una catasta di transenne e penso che stanno smantellando la stazione; Dio mio, non pensavo di andare così male, probabilmente sono proprio negli ultimi… timidamente chiedo quanti ciclisti fossero già passati e mi rispondono “sixty” (sessanta). Di fronte alla bocca aperta del mio stupore, il controller, con proverbiale humor inglese mi guarda serissimo e mi dice: “smile”.

Bello gasato decido di raggiungere Market Rasen prima di dormire un po’ per la terza notte. Così domani, nell’ultima giornata, avrò da fare solo gli ultimi 250km. A Thirsk cala il buio e propongo a un tedesco di fare la strada insieme; si chiama Thomas, scambiamo qualche chiacchiera, ma il mio inglese approssimativo non mi permette di andare oltre. E’ la notte della crisi, doveva arrivare prima o poi. Faccio fatica a stargli dietro, forse ho un calo di zuccheri, ma soprattutto vengo travolto da un sonno terribile. Pedalo con un’incudine sulla testa.. resisto, vado avanti, ma i folletti mi tirano indietro; cala la palpebra, perdo concentrazione, si chiudono gli occhi, penso a qualcosa, provo a parlare, ma l’incudine diventa sempre più pesante. Arriviamo finalmente al ponte sull’Humber, per me un punto di riferimento di metà tappa. Lui si accorge della mia crisi nera e, da randonneur esperto, mi propone di fermarci sotto il ponte 10 minuti e chiudere gli occhi per un po’: per gli uomini rando è il classico micro sonno, per il resto del mondo “due barboni sotto un ponte”. I benefici si fanno sentire per un po’ poi l’incudine è rimontata sulla schiena e ho raggiunto Market Rasen in uno stato di dormiveglia. Thomas non ha problemi di sonno e riparte dopo soli 40 min; io ho chiesto di essere svegliato 1 ora e mezza dopo.

La pausa tuttavia mi ha fatto bene e la successiva tappa piatta mi permette di recuperare le mie condizioni fisiche; ora vado bene e trovo due americani che sembra siano appena partiti; fatico a stare alla loro ruota, ma quando mi chiedono il cambio non posso fare figuracce, c’è in gioco l’orgoglio nazionale: tengo il loro ritmo e raggiungiamo Kirkton alla svelta. Incredibilmente ritrovo l’amico tedesco, che mi confessa essersi poi fermato più volte a fare altri micro sonni.  Riparto con lui, è simpatico e io gli sono molto grato per avermi aspettato nella tappa di quella notte; senza di lui sarebbe stata molto più dura: quando sei in crisi, avere un punto di riferimento è determinante.  Ci fermiamo in un grazioso paesino inglese, entriamo in un locale e ordiniamo naturalmente “a cup of tea”. Pago io.

St.Ives, 120km all’arrivo, clima da ultimo giorno di scuola. In questo punto di controllo trovo Michele Bonicelli, conosciuto al mio arrivo a Loughton; lui era partito da Carpi in bicicletta una settimana prima della partenza della super randonnee e aveva raggiunto Londra pedalando attraverso tutta l’Europa. Si forma un gruppetto di una decina di persone e si procede di comune accordo. La tappa si rivela molto più dura del previsto, con innumerevoli strappi anche impegnativi. E’ come fare un’interrogazione proprio l’ultimo giorno di scuola. Le energie, tuttavia si moltiplicano avvicinandosi al traguardo e l’ultima frazione è un vero e proprio otto volante: strappi secchi e discese a bomba, altri strappi e altre picchiate… Il gruppetto si sfascia e resto con un inglese che per scommessa deve arrivare a Londra entro le 80 ore. Ormai la scommessa è persa, ma se non possiamo stare sotto le 80 ore, almeno non stiamoci sopra…!! Alla fine diventa un duello tra me e lui, strappo dopo strappo, con 1.400km nelle gambe, come due idioti a fare la gara per niente. Ma la passione è anche questo. Alla fine l’inglesaccio cede e arrivo alla Devenant School di Loughton da solo. Mi godo l’ultimo chilometro nel tardo pomeriggio assolato del mercoledì; 80 ore e 49 minuti per andare e tornare da Londra a Edinburgo.

Metto in tasca la mia Londra Edinburgo Londra, preziosa come solo un’esperienza unica sa essere, e torno a casa con una medaglia che non vale niente, ma guai a chi la tocca.

 

Mino Repossini